Certe volte ti accorgi che la cronaca, quella che leggi sul giornale la mattina al bar o scrollando i titoli nella app dedicata alle news del cellulare, ti può entrare in casa – o meglio, in scuderia.
I cavalli più nervosi del solito, e non ti spieghi il perché; la lettiera molto disordinata, lo sporco dove di solito non lo fanno. Una ritrosia dalla parte del bosco, anche la cavalla più pacifica del mondo che soffia e guarda fisso verso gli alberi, e non vuole girare la groppa da quella parte.
Gli asinelli Sardi che improvvisamente smettono le loro escursioni anarchiche fuori dal pascolo e si tengono incollati alle cavalle: strano.
Poi la vicina di casa ti dice “Sì, la settimana scorsa ho sentito il cane (un Maremmano) abbaiare, sono andata fuori a vedere: era furioso, aveva il pelo dritto sul collo e ho guardato giù, c’era un lupo fermo che mi guardava. Bello grosso”.
Il ‘giù’ è a 15 metri dalla scuderia delle cavalle e degli asini, e allora capisci quell’aria elettrica che avevano, quel nervosismo che non ti spiegavi.
Benedici col pensiero il tuo Pastore Maremmano, e tutte le volte che abbaia arrabbiato – di notte o di giorno che sia. Lo porti a camminare un po’ in giro, che marchi il terreno il più possibile e faccia sapere ai cugini che lui c’è.
Poi ordini su Amazon due faretti con il sensore di movimento da installare vicino alla scuderia, non sarà un granché come idea ma magari il Lupo che gira qui lontano dal paese è un tipo poco civilizzato, e ancora non le conosce queste diavolerie.
Infine cerchi qualche nuovo articolo da leggere sull’argomento, perché si sa mai che ci sia un’idea in più che possa essere utile.
E trovi un ragionamento di buon senso, che magari non ti dà una ricetta infallibile per non vedere i tuoi asini e le tue cavalle a terra sbranati ma almeno ti fa fare pace con quel caos che hai dentro di te.
Perché i lupi ti sono sempre piaciuti, sono animali meravigliosi: ma i tuoi cavalli e i tuoi asini sono un pezzo di cuore, ti hanno provato mille volte di fidarsi di te, non si possono tradire.
Il ragionamento arriva un post scritto da Mia Canestrini, zoologa e ricercatrice: lo riporto qui, ringraziandola per queste parole.
“Mi ci sono voluti anni per capirlo, ma i pastori mi hanno insegnato più sulla conservazione dei grandi predatori di quanto abbiano fatto i miei libri di zoologia.
Quando ho iniziato il mio lavoro sui lupi, pensavo che il problema fosse la mancanza di informazione scientifica. Se solo le persone avessero capito l’importanza ecologica dei predatori apicali, tutto si sarebbe risolto.
Mi sbagliavo.
Il problema non era la conoscenza—era l’ascolto. O meglio, la sua assenza.
Ogni pastore che ho incontrato portava con sé un archivio di sapere che nessuna università può insegnare: come leggere il comportamento di un gregge, come interpretare il meteo, la vegetazione, come sopravvivere in un’economia marginale mentre il mondo chiede “coesistenza” senza offrire strumenti.
Mi hanno insegnato che la paura è razionale quando è basata su perdite reali.
Che l’identità culturale è legata al paesaggio quanto la biodiversità. Che chiedere sacrifici senza riconoscere i costi è una forma di violenza mascherata da idealismo.
E soprattutto: che la conservazione che esclude le persone non è conservazione – è colonialismo verde.
Oggi, quando parlo di lupi, parlo anche di pastori.
Non perché sia politicamente corretto, ma perché ho capito che non puoi proteggere un ecosistema se metti in difficoltà le comunità che lo abitano.
La natura non è separata dalla specie umana. È intrecciata. E qualsiasi soluzione che ignora questo intreccio è destinata a fallire”.
E adesso vado a telefonare ai Carabinieri Forestali, perché è importante che loro abbiano la situazione monitorata.
Qui unb articolo di cronaca dalla stessa zona di cui parliamo nell’articolo, e qui un vademecum di comportamento per chi incontra greggi, armenti e i loro guardiani di elezione
























